The Sade: capitolo II.

II_VINYLThe Sade | II (Go Down Records, 2013) Questi The Sade mi piacciono. A parte il suono curato e potente, di questo secondo album mi convince la sferzata verso un rock melodicamente più ricercato, pur sempre condito da trame musicali immediate, mai banali e di facile presa. “II” cresce con il tempo, basta aspettare. La voce di Andrew Pozzy, sempre più espressiva e personale, si muove sopra una sezione ritmica perfetta, svelando un’attitudine garage che mi ricorda Lux Interior dei Cramps e il grandissimo Peter Steele. Le chitarre, incendiarie e taglienti, sono nel medesimo tempo capaci di fraseggi blues e parti soliste suonate con gusto e misura, ascoltatevi a riguardo la splendida Ballad of the Black Moon e il veloce assolo di Lovekiller. Non mancano episodi più classici, come l’opener rock and roll di The Werewolf e un’interessante escursione dalle parti di Johnny Cash, con la conclusiva e raffinata Devil’s Son(G). Insomma, se la promessa era evolversi senza farsi decapitare, la missione è ampiamente compiuta. Otto su dieci.

Hotter than June.

KISS+Live+In+Perth+XHAvJf5FMvAlA ottobre sono in Giappone, prima sono in tour in Canada e negli Stati Uniti. In questo momento si aggirano per l’Europa e tra due giorni arrivano a meno di cento chilometri da casa. Ancora una volta ci sarò, malgrado una setlist fin troppo sfruttata e Paul Stanley in, apparente, severo declino. Avrò quindi il piacere di emozionarmi con l’intro che da tempo immemore apre i loro spettacoli e verificare dopo qualche canzone se i KISS sono ancora la band più calda del pianeta. So che da qualche tempo non è più così, ma il cuore crea la magia e l’illusione, mi mette di buon umore e mi fa credere che sarà proprio così. Mi viene già da ridere, non vedo l’ora di cantare “You better watch, ‘cos I’m a war machine!”. Sempre irresistibile per me. No, non potrei mai ascoltare gli Emerson, Lake & Palmer. Post. Concerto perfetto, scaletta discutibile, Gene Simmons ed Eric Singer davvero superbi. Paul forse un giorno troverà la soluzione. Per ora la voce è andata, anche se il gioco di squadra supporta la cosa in maniera più che convincente. Serata deliziosa e botti a gogò.

Chitarre, corvi neri e RNR.

Black Crowes By Your SideNon c’è nulla da fare, puntualmente ritornano a posarsi sulle mie spalle. I corvi ritornano e se sono neri regalano un gaudio che oserei definire celestiale. Sto parlando di uccelli con la chitarra in mano, i Black Crowes lo sono. By You Side è un album del ’99 ingiustamente trascurato e pieno di belle canzoni, con un lato A capace di disintegrare il cattivo umore e riportarvi sulla strada fieri, innamorati e pronti a ricominciare. Basterebbe Welcome to the Good Times per creare siffatto incantesimo, brillante composizione sul lato B, dove in piena armonia convive con appassionati episodi a cavallo tra blues e  rock and roll. L’attimo di magia che precede la seconda strofa di Stop Kickin’ My Heart Around è qualcosa da brivido, un lampo sospeso che corre veloce sotto la pelle.  And I like it, yes I do. Ascoltate By Your Side. Tutto passa, un bel disco rimane per sempre.

Intervista ai The Sade!

sadefotoÈ noto fino ai più remoti confini dell’universo, che il sottoscritto consideri Damned Love dei The Sade uno dei migliori dischi distribuiti dall’attivissima Go Down Records. Per questo e per altri motivi che appartengono al ‘non detto’ e potrebbero interessare a pochi,  ho deciso di dare spazio e voce ad Andrew Pozzy: voce, chitarra e anima di questa brillante formazione e del loro disco d’esordio.

Cosa avevate in mente quando avete iniziato a comporre Damned Love? Damned Love è una sorta di piccolo concept, composto da alcuni dei primi brani scritti per il primo EP, poi riarrangiati, e da altri pezzi scritti in seguito. Pur essendo un album eclettico, nelle liriche tutti i pezzi sono legati da un filo conduttore riassumibile nel titolo del lavoro stesso: “amore e sesso, dannazione e rock n’ roll”. Parlano di esperienze personali vissute e sentite. Dal punto di vista musicale si notano le nostre maggiori influenze e quelle che soprattutto predominavano all’inizio del progetto The Sade, delle quali abbiamo fatto un bel mix, filtrato dalle nostre personalità, fino a raggiungere uno stile più personale che è andato a coniare e rafforzare l’identità della band.

Siete soddisfatti del risultato finale? Consideriamo Damned Love come una fase di passaggio, un lavoro necessario  per trovare la nostra strada. Il risultato ci ha soddisfatto parecchio ma resta un debutto, un primo passo verso la maturità vera e propria della band e del nostro stile. E’ una sorta di “tappa” obbligatoria per lo sviluppo del nostro progetto. La soddisfazione sta  in alcune “perle” contenute nel disco, alcuni pezzi che a distanza di un anno e mezzo non ci stancano e ci hanno permesso si aprirci una strada nell’ambiente rock nostrano e non solo. Siamo soddisfatti ma siamo già in azione per fare di più e a sperimentare ancora.

C’è qualcosa che avreste ulteriormente sviluppato/migliorato?  Il budget ristretto e i tempi strettissimi ci hanno obbligato a fare un disco in velocità e in molte cose – qualche solo, liriche e parti vocali – si sarebbe potuto fare di meglio. Personalmente avrei curato maggiormente i testi, a mio parere la parte debole del disco, e avrei inserito altre canzoni nuove che erano già in parte pronte. Ma non c’è stato il tempo necessario per realizzarle.

L’esecuzione dei pezzi sono ottime, avete suonato in presa diretta? Quando abbiamo registrato il disco, severi con noi stessi, non ci ritenevamo in grado di suonare l’intero album in presa diretta. Questo ha un pò tolto quella che è l’energia live e il groove che riascoltando delle registrazioni dal vivo del Damned Love Tour ci siamo accorti di esprimere. Nel disco tutto è più programmato e pulito, in parte è una cosa voluta per distinguere i The Sade in studio dai The Sade on stage. Abbiamo suonato insieme durante la registrazione di batteria e basso, ma le chitarre sono state sovraincise in seguito, così come le voci e il resto. Continua a leggere

No panic, it’s just Detroit.

Alice Cooper | Love It To Death (Warner Bros, 1971)
Un disco che ho amato fin dal primo ascolto, lontano dalla dimensione mainstream che Alice si è conquistato durante la fine degli anni ’80, con banalità tipo il pop-hit Poison e chitarristi simil Rambo come Kane Roberts. Love It To Death è il respiro genuino del Detroit sound, riportato in vita grazie alla collaborazione con Bob Ezrin, genio di produttore fuori di testa, ma saldamente dentro la musica, il primo in grado di mettere a fuoco il talento della band.

Dimenticate tutti i cliché dello shock rock che Alice ha inventato e riproposto in ogni suo spettacolo, infilate un paio di cuffie e godetevi il viaggio dal finestrino della vostra poltrona. Non sono previsti schizzi di sangue, decapitazioni e animali trucidati, anche se il seme della follia è già presente e il senso di smarrimento imminente e previsto. Caught In A Dream, Is It My Body e la delirante Ballad of Dwight Fry affiancano con classe I’m Eighteen, l’inno che scrivi una sola volta, ma ti cambia la vita, per sempre.

Un’anno prima dello sconvolgente successo di School’s Out, dell’alcool e dei tornei di golf, questo è il mio Alice Cooper.