Perché un disco di Paul McCartney.

MaccaChaos and Creation in the Backyard | Paul McCartney (Parlophone/EMI, 2005) Perché scrive e interpreta la musica popolare, l’ha inventata e continua a frequentarla con invidiabile verve. Chaos and Creation in the Backyard suona più fresco e immediato di qualsiasi disco di Robbie Williams, offre linee melodiche intriganti e arrangiamenti musicali che aggiornano il manuale del musicista pop. Infine, questa diavolo di voce. Un dono in eredità dal secolo scorso, ancora così attuale e riconoscibile da rendere inutile la maggior parte dei cantanti rock di oggi. Nigel Godrich, già produttore di Radiohead e Pavement, ci mette del suo. Vi segnalo Jenny Wren, Promise To You Girl e la bellissima Anyway. Un disco che impreziosirà la vostra discoteca, non esitate a procurarvelo.

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David Jones, dieci anni dopo.

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The Next Day | David Bowie (Sony, 2013) David Bowie mi è decisamente mancato. Tutti si domandavano dove fosse finito. C’era chi affermava fosse malato, stanco e con i bagagli già sul disco volante che un giorno – speriamo il più tardi possibile – lo riporterà a casa. Invece, eccolo qui, silenziosamente, tornare alla luce della ribalta. The Next Day ha una cover che sembra uno scherzo, una serie di canzoni ispirate e gode della produzione dell’amico di lunga data Tony Visconti. Se a volte suona troppo denso e straripante di elementi – non sempre un buon segno – con il passare del tempo e degli ascolti si offre sempre più a fuoco, convincente ed eclettico. Insomma, un bel disco di Bowie, di quelli dove i riferimenti al suo passato, anche al venerato periodo berlinese, si mescolano perfettamente con il suono elastico e potente degli ultimi lavori. Oltre ai due singoli e alla accattivante title track, degne di considerazione sono Love is Lost, I’d Rather Be High e Valentine’s Day, esplicito tributo a Ray Davies. Bene così, davvero.

London South.

Morrissey Vauxhall & IMorrissey | Vauxhall and I (Sire, 1994) Morrissey ha la grazia e l’incanto negli occhi, chiari, sensibili e scaltri. Quelli che ti fissano in ogni intervista, consapevoli di avere una storia musicale importante, coerente e sofferta, in questi ultimi anni radiosa, libera da condizionamenti e tesa a consegnare, uno dopo l’altro, dischi sempre degni di nota (Years of Refusal per esempio). Ascoltare oggi Vauxhall and I mi ricorda che la classe e il portamento, anche musicale, consegnano nelle tue mani le chiavi per durare nel tempo, senza alterazioni sospette o repentini cambi di rotta. Semplicemente migliorando, perfezionandosi pure nel modo di cantare, che oggi appare sempre più sicuro e ricco di sfumature. Anche senza Johnny Marr e lontano dai giorni di Panic e Girlfriend in a Coma, Morrissey scrive alcune delle sue cose migliori, riuscendo a spegnere sul nascere il desiderio di una, improbabile, reunion degli Smiths. Impresa davvero difficile, in se il presente ha terrore di sé e lo sguardo sempre rivolto al passato. Morrissey non resuscita, vive tra noi. 10 e lode.

Just for one day?

David Bowie “Heroes” (1977) Uscito pochi mesi dopo il sorprendente Low, opera prima della nota “trilogia berlinese”, Heroes rimane uno dei dischi più ispirati di Bowie, una perfetta sintesi di attualità e romanticismo che deve moltissimo alle manipolazioni sonore di Brian Eno e alla ritrovata vena creativa del suo autore. Un affresco musicale elegante e a tratti oscuro,  talmente ispirato e ricco di tensione melodica da poter esser considerato uno dei capolavori della musica pop, elegante e a tratti avanguardistico. Se Beauty & the Beast e Joe the Lion anticipano la wave del decennio successivo, è l’irresistibile incedere di Heroes e il pathos metropolitano di Blackout che ci regalano un’opera senza tempo, ruvida e passionale. Chiudono il disco 4 suggestive tracce strumentali, sempre ‘condite’ da Brian Eno, e l’insolita The Secret Life of Arabia. Per chi abita il pianeta, una musica necessaria. 10/10