Bay Area Fury.

Metallica_-_Kill_'Em_All_coverKill’em all | Metallica (Megaforce Records, 1983) Kill’em all contiene diversi motivi per farsi apprezzare. Ha un sound autentico, grezzo e puzza di sala prove. Contiene almeno due classici del metal – Seek & Destroy e Whiplash – e se penso che, nell’anno della sua pubblicazione, uscivano film come Lo Squalo 3D e Flashdance, possiamo serenamente collocarlo nella preistoria. Non è il miglior album dei Metallica, ma ha il merito di gettare il ponte tra l’heavy metal inglese e la scuola americana della west coast, rapida e spietata, capace di arruolare il punk e disciplinarlo a base di riff ossessivi, ripetuti e taglienti. Hit The Lights, The Four Horseman e Motorbreath sono la sequenza formidabile che riscrive il manuale del perfetto disco heavy rock per almeno un lustro a venire. Poco importa che alcuni assoli collaborino con il mio mal di testa e la voce di James Hetfield sia ubriaca di riverbero, Kill’em all è un disco importante, segna la nascita del thrash e possiede quella vena d’ira e furore adolescenziale indispensabile per alzare la testa. Top song: Whiplash.

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Where I was in ’82.

saxon denim and leather albumDenim & Leather | Saxon (Carrere Records, 1981) Due casse dotate di woofer immensi e un potente amplificatore della Technics tennero a battesimo l’ascolto di Denim & Leather, opera fondamentale per la discografia dei Saxon. Mi trovavo a casa del mio fratello acquisito, Fabrizio, vera fucina di ascolti di ogni genere, heavy, rock, reggae. Sfilato il disco e ammirato il retro copertina dedicato alle due ruote, ci bastò un attimo: la puntina s’infilò tra solchi del vinile e rese quasi eroico il nostro pomeriggio. I Saxon suonavano proprio come avremmo voluto, rudi e roboanti, lontani dalla musica italiana, dal pop più banale e dall’eco degli anni ’70. Erano pura adrenalina per la nostra adolescenza in rampa di lancio. Incantati per mesi ad osservare la label color prugna della Carrere Records girare a 33 giri per minuto, non vedevamo l’ora di ripercorrere la set list per intero. Riascoltavamo all’infinito Play It Loud, Never Surrender, And the Bands Played On e ovviamente Princess of the Night, singolo dell’album che apriva il lato A. Era il 1982 e sono trascorsi tre lunghi decenni, ma ancora oggi Denim & Leather mi svela passaggi ritmici, arrangiamenti e assoli – quello di Midnight Rider è meraviglioso – capaci di accendermi e ricordare quel momento come una benedizione, oltre che un momento di fraterna amicizia. 9/10.

Ratt & Roll. Vita, morte e miracoli a Los Angeles.

Stephen Pearcy Ratt & Roll

Piacevole fare un tuffo nel passato, camminare sul Sunset Strip e respirare la Los Angeles dei primi anni ’80. Se leggerete l’autobiografia di Stephen Pearcy è questa la fine che vi aspetta. San Diego è un bel luogo per vivere e la California gode di un clima fantastico. C’è chi fuma, chi fa surf e chi si fa investire da una signora alla guida di una station wagon. Proprio durante la lunga degenza che lo rimette in sesto, Stephen scopre la passione per la chitarra, che lo porterà, ancora in precario equilibrio, ad esibirsi con i Mickey Ratt, embrione di quelli che diventeranno i Ratt, beniamini da lì a poco del Rainbow e del Troubador di West Hollywood. Il successo è rapido. Tre dischi di platino, 225 concerti in meno di tre anni e gli States che appaiono presto un’unica striscia d’asfalto, un lungo corridoio tra camere d’albergo sempre uguali. Certo, l’Aids è ancora un perfetto sconosciuto e le tante fanciulle sono un lodevole passatempo, ma il castello comincia a vacillare a causa di ben noti eccessi e crolla con l’arrivo dei Seattle boys in flanella. Pearcy non ne può più e molla la nave nel bel mezzo di un tour, Continua a leggere

Il reverendo distorto.

Born Villain | Marilyn Manson (Downtown Records, 2012)  A due anni dalla sua uscita, nMMon ho ancora ascoltato tutto Born Villain. L’impressione però è buona. Solita zuppa di distorsioni, voci piene di effetti ed elettronica sparsa ovunque, il condimento preferito di MM. Violento è violento, pure tagliente e ben calibrato. Erano anni che non era così lucido, forse non lo è neppure oggi, anche con Twiggy nuovamente al suo fianco. Nessun suo disco, non fa eccezione questo, è un capolavoro. Ma in fondo, chissenefrega. MM mi piace anche così, stonato naturale e incompiuto sulla lunga distanza di un album. Il sound è come al solito stellare, dopato al fosforo. Insomma, se lo avete amato in passato e lo avevate allontanato dopo due consecutivi passi falsi, Born Villain vi potrebbe riportare a stretto contatto. Vicini vicini, quasi felici.

Ufficio divino.

Devil you know by Heaven & Hell

The Devil You Know | Heaven & Hell (Roadrunner, 2009) Non esisteva e non esiste ancora oggi un cantante più spettacolare Ronnie James Dio, al di là del genere, ammettiamolo. Un talento che è un piacere assoluto riascoltare. Non deve perciò stupire che il suo testamento artistico, The Devil You Know – realizzato insieme alla metà dei Black Sabbath sotto il nome di Heaven & Hell – sia un’altra prova da incorniciare. Una perla di metal epico, melodico e potente, per nulla banale, nato dalle mani di gente scaltra, che conosce il mestiere ma possiede intatta la scintilla che l’ha resa grande. Ogni assolo di Iommi è bruciante e appassionato, il basso di Geezer ispirato e il drumming di Vinnie Appice maestoso. Questa è ottima musica gente, Dio non delude nessuna aspettativa e canta ancora una volta…divinamente.
Top song: Double The Pain.

Saxon, 1980.

Saxon Wheels of Steel

Wheels of Steel è il passaggio segreto che mi ha portato a contatto con una parte di quel lurido sottobosco della musica rock di fine Settanta: la NWOBHM, New Wave of British Heavy Metal. Roba da inglesi, pinte di birra, pub e tanta disoccupazione. Gente della quale aver più di qualche timore, motociclette e bacchette infuocate per un sound al quale mi sono ormai affezionato. Oggi, con l’approssimarsi del Natale,  mi piacerebbe ricevere in regalo la cintura borchiata di Biff Byford. Un po’ come nel 1981.

 

Heavy metal jogging.

Sono mesi che corro per quaranta minuti con i Testament nelle orecchie, nel cervello e nell’anima ormai, avvertendo emozioni che mi riportano al tempo di adolescente, quando la passione per il metal si ritagliò ogni settimana uno spazio sempre più regolare. Detto ciò, Low è una scoperta recente, fatta mentre cercavo carburante e stimoli per abbandonare la sedentarietà e prendermi cura di me stesso. L’ho provato direttamente sul sentiero di guerra, senza nessun preascolto, ho premuto play e cominciato a correre. Metro dopo metro e canzone dopo canzone, la fiducia è stata ripagata. Ho ‘viaggiato’ all’esordio per oltre trenta minuti, rapido come un treno, senza avvertire fatica, con la voce di Chuck Billy a guidare la prua e l’inarrestabile vento della sezione ritmica a poppa. Sensazioni strepitose, sarei arrivato fino alle montagne, ben oltre le colline e fino al mare. Cose molto heavy metal, che questo mondo piccolo, malato e criminale, non mi porterà mai via.