New York, il suo poeta.

Transformer Lou Reed 1972Lou Reed  “Transformer” (1972) New York, 1972. Warhol è già un mito e alla Factory si fatica ad entrare, ma se sei fortunato è rimasto un tavolo per ascoltare il nuovo disco di Lou Reed, al 213 di Park Avenue South. Fumano tutti al Max’s Kansas City e c’è più gente del previsto. Lou esce sul palcoscenico, la band attacca il pezzo, passa un istante ed è pura, contaminata, poesia. La stessa poesia che fa di Transformer il miglior disco che possiate acquistare per scambiare la notte con il giorno e volare oltre oceano, tra le braccia di un tempo che non esiste più. Prodotto dal tandem Bowie & Ronson, Transformer è la sintesi perfetta tra l’ambiguo e variopinto ritratto della New York post Velvet Underground e le brillanti sonorità pop ‘made in england’. Musica da cantare e da ballare, sognante, suggestiva ed irresistibile come un musical di Broadway, ruvida come la gente della 52esima strada.  Dopo l’ascolto di Perfect Day, Satellite of Love e Walk on the Wild Side, verrebbe la tentazione di eleggere immediatamente Transformer  a capolavoro, ma la magia non accenna a terminare, sfuma dolcemente solo con la notturna e conclusiva Goodnight Ladies, passando per la seducente Wagon Wheel e l’elegante rock di I’m So Free.  Un disco irripetibile.

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