The Black Keys, Ohio blues.

The_Black_Keys_-_BrothersBrothers | The Black Keys (Nonesuch Records, 2010) C’è poco da scrivere, questa è una band che colpisce al cuore. Poche rock band hanno un sound così black, così reale e allo stesso tempo così manipolato da accorgimenti di produzione misurati, preziosi e sempre determinanti. Trasversale e dall’appeal irresistibile, questo Brothers è un colpo da maestro nella loro interessante discografia. Voce da Motown, tanto groove e la giusta acidità del suono, fanno dei The Black Keys un’esperienza da accogliere a braccia aperte. Ho amato Jon Spencer e i suoi vaneggi, non vedo perché il post punk blues di questi due pazzi non debba farmi godere. Non sto gridando al miracolo, però qui ci sono un paio di marce in più rispetto alla volenterosa concorrenza. Top song: She’s Long Gone, per ora.

Words are not enough. Get a copy!

television2MM è uno degli album più ispirati di sempre. Non serve dirlo, piuttosto serve ascoltarlo. Perchè la parola è vana di fronte alla bellezza di questo ritratto post punk. Sempre ’70, sempre magia, sempre Tom Verlaine e sempre NYC. Banditi i classici tre accordi, i Television stravolgono la chitarra punk, facendola decollare verso una dimensione sconosciuta e fantastica. Sublimi

Ci siamo!

Zabrisky |Fortune Is Always Hiding” (2011) Dopo tre precedenti lavori degni di nota, siamo tutti lieti di ascoltare quello che è senza dubbio il più completo e maturo disco degli Zabrisky. Fortune Is Always Hiding ha una forte personalità, contiene un’anima sixties ma non si concede a nessuna nostalgia, quasi a rivendicare un percorso indipendente, dove il dettaglio arreda con charme spazi sonori di matrice britannica. La band convince nella ricerca melodica, a tratti malinconica e poetica, delicata vertigine di piacevoli cantati, facili all’ascolto quanto raffinati in sede compositiva. Con Fortune Is Always Hiding i Zabrisky viaggiano finalmente in prima classe anche grazie alla produzione del bravo Giovanni Ferrario, capace di impreziosire una suadente raccolta di canzoni d’autore che ignorare sarebbe a dir poco delittuoso. I Can’t Leave, Getting Better So Far e la breve ma splendida Careless Lovers – benvenuto Mr. Reed! – sono gemme alle quali vi consiglio di non rinunciare.  Hats off folks!

New York, il suo poeta.

Transformer Lou Reed 1972Lou Reed  “Transformer” (1972) New York, 1972. Warhol è già un mito e alla Factory si fatica ad entrare, ma se sei fortunato è rimasto un tavolo per ascoltare il nuovo disco di Lou Reed, al 213 di Park Avenue South. Fumano tutti al Max’s Kansas City e c’è più gente del previsto. Lou esce sul palcoscenico, la band attacca il pezzo, passa un istante ed è pura, contaminata, poesia. La stessa poesia che fa di Transformer il miglior disco che possiate acquistare per scambiare la notte con il giorno e volare oltre oceano, tra le braccia di un tempo che non esiste più. Prodotto dal tandem Bowie & Ronson, Transformer è la sintesi perfetta tra l’ambiguo e variopinto ritratto della New York post Velvet Underground e le brillanti sonorità pop ‘made in england’. Musica da cantare e da ballare, sognante, suggestiva ed irresistibile come un musical di Broadway, ruvida come la gente della 52esima strada.  Dopo l’ascolto di Perfect Day, Satellite of Love e Walk on the Wild Side, verrebbe la tentazione di eleggere immediatamente Transformer  a capolavoro, ma la magia non accenna a terminare, sfuma dolcemente solo con la notturna e conclusiva Goodnight Ladies, passando per la seducente Wagon Wheel e l’elegante rock di I’m So Free.  Un disco irripetibile.