Punto di non ritorno.

Kiss DestroyerDestroyer | Kiss (Casablanca, 1976) E’ il passo definitivo verso il non ritorno. Il viaggio verso la vetta è quasi completo, non resta che scendere più o meno velocemente, smettere i panni di supereroi e fare musica accettando il rischio di qualche passo falso. Prima di toccare terra, il quartetto si gode due album di platino e un dignitoso live album. Il giorno dopo tutto va in distorsione, il rock si trasforma in pop e ognuno andrà presto per la sua strada, almeno fino al 1995.

In Destroyer, potenza sonora e immagine si fondono in una vera opera, lasciando da parte il tradizionale concetto di album, aprendo da subito il confronto con il culto di se stessi, ancora prima di alimentarlo con fama e successo. Senza attendere la penna, l’investitura o la voce di nessuno, Paul Stanley si incorona King of the Night Time World, con un’enfasi che scuote l’affollato panorama rock and roll statunitense. Raramente un disco e le sue canzoni hanno rappresentato meglio i sogni in carne ed ossa dei propri autori: musicisti, attori e belve da palcoscenico.

Ad agosto esce Destroyer – Resurrection, versione remixata che include qualche perla per intenditori, la cover originale con i costumi del tour 1975 e qualche assolo dimenticato di Ace Frehley.  Per chi non li ama, il disco giusto per continuare a respingerli, oppure cominciare a portargli un po’ di rispetto. Ma, si sa, quando si parla di Kiss, il cuore mi tradisce.

New York, il suo poeta.

Transformer Lou Reed 1972Lou Reed  “Transformer” (1972) New York, 1972. Warhol è già un mito e alla Factory si fatica ad entrare, ma se sei fortunato è rimasto un tavolo per ascoltare il nuovo disco di Lou Reed, al 213 di Park Avenue South. Fumano tutti al Max’s Kansas City e c’è più gente del previsto. Lou esce sul palcoscenico, la band attacca il pezzo, passa un istante ed è pura, contaminata, poesia. La stessa poesia che fa di Transformer il miglior disco che possiate acquistare per scambiare la notte con il giorno e volare oltre oceano, tra le braccia di un tempo che non esiste più. Prodotto dal tandem Bowie & Ronson, Transformer è la sintesi perfetta tra l’ambiguo e variopinto ritratto della New York post Velvet Underground e le brillanti sonorità pop ‘made in england’. Musica da cantare e da ballare, sognante, suggestiva ed irresistibile come un musical di Broadway, ruvida come la gente della 52esima strada.  Dopo l’ascolto di Perfect Day, Satellite of Love e Walk on the Wild Side, verrebbe la tentazione di eleggere immediatamente Transformer  a capolavoro, ma la magia non accenna a terminare, sfuma dolcemente solo con la notturna e conclusiva Goodnight Ladies, passando per la seducente Wagon Wheel e l’elegante rock di I’m So Free.  Un disco irripetibile.

puro genio.

Febbraio 1978. non si era mai sentito un suono così potente, ricco e ispirato. Van Halen è un disco rock da ascoltare ad alto volume, ma il bello della faccenda è che anche a medio volume funziona, brilla e stupisce. ogni canzone vive di luce propria, ogni linea di voce trasforma David Lee Roth in un vero istrione, ogni fraseggio di Edward Van Halen ha matrice celeste, riscrive le regole e mette in pensione Eric Clapton per almeno un decennio.  musica ad alta energia, sfacciata e provocante per quei giorni. Tra i tanti capolavori,  due tra i meno in vista: Little Dreamer e Atomic Punk. 10/10 con lode.

keef & the stones. la discarica.

sopravissuto al 2010, non posso far altro che affrontare il 2011 e godere leggendo la bio di keef, alias keith richards, chitarrista e fondatore della più oltraggiosa band del pianeta: the rolling stones. giunto alla pagina 26 di “Life” mi sono arreso. come e quanto questi individui hanno marchiato a fuoco gli anni della loro giovinezza? storie assurde, sempre al limite dell’impossibile. una spericolata passeggiata lungo le strade di marciapiedi che scottano, bruciano, pulsano e si ribaltano.

nelle foto keith ha diciannove, venitre, ventisei,  trentadue, quarant’ anni e poi cinquanta e sessanta. non cambia mai. lo sguardo e l’espressione sono di quelle che non ti raccontano del passare del tempo, perchè, in fondo, sul tempo non c’è mai stato il tempo di riflettere. la vita è stata come uno slalom fuori controllo, selvaggio e irriverente, una discesa e una salita sempre oltre il limite. altro che maschere d’ossigeno e decompressione!

questa biografia mi fa pensare ai motley crue come al timido sacchetto della raccolta differenziata, keef e gli stones erano e sono un’altra cosa. una lurida discarica alla quale è impossibile resistere.  frugando nell’immondizia troverete charme, passione, violenza, amore e tanta verità.