Superbo.

DP Come Taste the BandCome Taste the Band | Deep Purple (Emi, 1975) E’difficile che una ristampa o, peggio ancora, una rimasterizzazione mi soddisfi appieno. Preferisco che un disco suoni il più possibile fedele a se stesso, al suo calore, a maggior ragione se si tratta di un disco nato negli anni ’70. L’eccezione che conferma la regola è Come Taste The Band dei Deep Purple. Oltre alla rimasterizzazione, l’edizione che ne celebra il 35ennale presenta il lavoro interamente remixato dal produttore sudafricano Kevin Shirley. Il risultato è divino, non ho timore nell’affermarlo. Oltre a confermare che i dischi della MK III & IV suonano più attuali oggi che allora, Come Taste The Band consegna al vostro ascolto una sorprendente miscela di rock, funk e blues, resa unica dalla presenza di Tommy Bolin, chitarrista dall’enorme talento, anima inquieta finita preso all’altro mondo. Continua a leggere

Chitarre, corvi neri e RNR.

Black Crowes By Your SideNon c’è nulla da fare, puntualmente ritornano a posarsi sulle mie spalle. I corvi ritornano e se sono neri regalano un gaudio che oserei definire celestiale. Sto parlando di uccelli con la chitarra in mano, i Black Crowes lo sono. By You Side è un album del ’99 ingiustamente trascurato e pieno di belle canzoni, con un lato A capace di disintegrare il cattivo umore e riportarvi sulla strada fieri, innamorati e pronti a ricominciare. Basterebbe Welcome to the Good Times per creare siffatto incantesimo, brillante composizione sul lato B, dove in piena armonia convive con appassionati episodi a cavallo tra blues e  rock and roll. L’attimo di magia che precede la seconda strofa di Stop Kickin’ My Heart Around è qualcosa da brivido, un lampo sospeso che corre veloce sotto la pelle.  And I like it, yes I do. Ascoltate By Your Side. Tutto passa, un bel disco rimane per sempre.

Done with mirrors.

Done With Mirrors | Aerosmith (Geffen, 1985) È una bella mattina di sole, quando Steven Tyler torna a frequentare la mia autoradio. In questi giorni mi dedico all’ascolto di alcune opere minori che appartengono a discografie sterminate, quelle di artisti che hanno scritto la storia della musica pop e guadagnato un sacco di denaro. Gli Aerosmith per esempio, gente che ce l’ha fatta, musicisti al vinile, venduto allora in quantità industriali. Mi viene in mente Done with Mirrors, l’album del ritorno, un come back ritenuto mai troppo ispirato, offuscato dallo straordinario successo di Permanent Vacation. Continua a leggere

No panic, it’s just Detroit.

Alice Cooper | Love It To Death (Warner Bros, 1971)
Un disco che ho amato fin dal primo ascolto, lontano dalla dimensione mainstream che Alice si è conquistato durante la fine degli anni ’80, con banalità tipo il pop-hit Poison e chitarristi simil Rambo come Kane Roberts. Love It To Death è il respiro genuino del Detroit sound, riportato in vita grazie alla collaborazione con Bob Ezrin, genio di produttore fuori di testa, ma saldamente dentro la musica, il primo in grado di mettere a fuoco il talento della band.

Dimenticate tutti i cliché dello shock rock che Alice ha inventato e riproposto in ogni suo spettacolo, infilate un paio di cuffie e godetevi il viaggio dal finestrino della vostra poltrona. Non sono previsti schizzi di sangue, decapitazioni e animali trucidati, anche se il seme della follia è già presente e il senso di smarrimento imminente e previsto. Caught In A Dream, Is It My Body e la delirante Ballad of Dwight Fry affiancano con classe I’m Eighteen, l’inno che scrivi una sola volta, ma ti cambia la vita, per sempre.

Un’anno prima dello sconvolgente successo di School’s Out, dell’alcool e dei tornei di golf, questo è il mio Alice Cooper.