Scandinavian excellences.

hellacopters rock and roll is deadRock & Roll is Dead | The Hellacopters (Universal International, 2005) È risaputo, la rotta ci spinge verso Nord. È da lì che nascono band come gli Hellacopters e dischi come Rock & Roll is Dead, capace di suonare fresco e ispirato come dieci anni fa. Perfettamente bilanciato tra pop, blues e rock, Rock & Roll is Dead è un’opera in grado di ambire serenamente allo status di classico. Ogni brano possiede un arrangiamento dannatamente convincente, nasce ispirato da Stones e MC5, ma cresce senza nessun riverenza, facendo ponte tra le due coste dell’Atlantico, tra garage, glam e rock di fine ’60. Va oltre le etichette, le inutili definizioni e le tante parole che spesso si sprecano per descrivere un disco. Rock & Roll is Dead vola alto per scrittura, produzione ed esecuzione, ma soprattutto per la passione, quasi southern, che trasmette e comunica quasi con leggerezza, tanto è gradito lo scorrere veloce dei suoi tredici brani. E se gli Hellacopters nascono in Svezia, allora la geografia della musica non ha davvero più senso. Top songs: Everything’s on TV, I’m With The Band, No Angel to Lay Me Away.

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Hit and Run: Underdogs, l’intervista.

Ecco gli Underdogs con un nuovo disco! E mi dico: “Speriamo che non sia registrato come il Underdogsprecedente!”. Al contrario, questo suona bene e si regge su un impianto melodico di grande impatto, con la voce di Simon – bassista e contagioso frontman – sempre in bella evidenza. Tutto è più rock, questa è la novità. Quasi il gruppo avesse inaugurato una nuova fase, forse leggermente più mainstream e nello stesso tempo più libera e avventurosa. Bellissime a mio parere sono Lies to Take Away, Nothing but the Best e Time Fighters, ma le impressioni rimangono positive anche quando gli Underdogs fanno visita ai Cardigans, reinterpretando My Favourite Game. Raccolgo le parole di Simon dopo una serata davvero speciale, che lo ha visto esibirsi assieme alla band con Nick Olivieri, musicista statunitense già membro di Kyuss e Queen of the Stone Age, due delle band che hanno più influenzato il sound degli Underdogs.

Hi Simon, siete una della band più in movimento che conosca, ammiro tantissimo il vostro dedicarvi totalmente alla musica e ai vostri dischi. Cosa vi aspettate ora, dopo quasi 10 anni di attività, da questa esperienza? Grazie, mi fa piacere! In effetti ci siamo dedicati molto al progetto UNDERDOGS, personalmente sono stati 10 anni molto intensi. Ho sempre seguito da vicino quasi tutti gli aspetti “manageriali” relativi alla band e un po’ di stanchezza alla lunga è arrivata, più mentale che fisica. Ma poi capitano serate come quella FANTASTICA di ieri, con Nick Oliveri, e riprendi fiato per un altro allungo. Cosa ci aspettiamo? La situazione è sempre stata incerta per via del contesto italiano, con la conseguente difficoltà di emergere ed avere delle possibilità concrete rispetto all’estero. Quindi me la vivo giorno per giorno, cercando di fare il massimo ma senza più ammalarmi come qualche tempo fa. Ci si crede ancora, ci si mette ancora tutto il cuore e si spera sempre. Fortunatamente si fanno piccoli passi avanti e di soddisfazioni personali ne arrivano.
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The Sade: capitolo II.

II_VINYLThe Sade | II (Go Down Records, 2013) Questi The Sade mi piacciono. A parte il suono curato e potente, di questo secondo album mi convince la sferzata verso un rock melodicamente più ricercato, pur sempre condito da trame musicali immediate, mai banali e di facile presa. “II” cresce con il tempo, basta aspettare. La voce di Andrew Pozzy, sempre più espressiva e personale, si muove sopra una sezione ritmica perfetta, svelando un’attitudine garage che mi ricorda Lux Interior dei Cramps e il grandissimo Peter Steele. Le chitarre, incendiarie e taglienti, sono nel medesimo tempo capaci di fraseggi blues e parti soliste suonate con gusto e misura, ascoltatevi a riguardo la splendida Ballad of the Black Moon e il veloce assolo di Lovekiller. Non mancano episodi più classici, come l’opener rock and roll di The Werewolf e un’interessante escursione dalle parti di Johnny Cash, con la conclusiva e raffinata Devil’s Son(G). Insomma, se la promessa era evolversi senza farsi decapitare, la missione è ampiamente compiuta. Otto su dieci.

Ain’t over.

The Doors

Strange Days disegna nell’aria tutta l’unicità di Ray Manzarek. In lui si nasconde il segreto dei Doors e delle loro architetture musicali, acrobazie sonore che nessuno si è mai sognato di emulare, un’esperienza musicale quasi esotica. Cosa sarebbero stati oggi nessuno lo potrà mai sapere. Certo è che, riascoltando proprio stamattina una delle tante loro raccolte in circolazione, i Doors fanno un effetto straniante. Non so se mi viene più in mente Venice Beach e la California al finire degli anni Sessanta o la santa messa di Jim Morrison arrestato sul palco. La violenza del sistema che censura, controlla e reprime. La solita vecchia storia, sempre attualissima. Allora, non è forse qui che sta qui la modernità di Ray Manzarek e i Doors? Sfuggono alla catalogazione-omologazione della musica di ieri e di oggi.  Un pensiero privo di etichette è un pensiero sempre verde, florido e rivoluzionario. Vivi in eterno e riposa in pace Ray, nessuna ‘fine’ coglierà la tua opera.