Punto di non ritorno.

Kiss DestroyerDestroyer | Kiss (Casablanca, 1976) E’ il passo definitivo verso il non ritorno. Il viaggio verso la vetta è quasi completo, non resta che scendere più o meno velocemente, smettere i panni di supereroi e fare musica accettando il rischio di qualche passo falso. Prima di toccare terra, il quartetto si gode due album di platino e un dignitoso live album. Il giorno dopo tutto va in distorsione, il rock si trasforma in pop e ognuno andrà presto per la sua strada, almeno fino al 1995.

In Destroyer, potenza sonora e immagine si fondono in una vera opera, lasciando da parte il tradizionale concetto di album, aprendo da subito il confronto con il culto di se stessi, ancora prima di alimentarlo con fama e successo. Senza attendere la penna, l’investitura o la voce di nessuno, Paul Stanley si incorona King of the Night Time World, con un’enfasi che scuote l’affollato panorama rock and roll statunitense. Raramente un disco e le sue canzoni hanno rappresentato meglio i sogni in carne ed ossa dei propri autori: musicisti, attori e belve da palcoscenico.

Ad agosto esce Destroyer – Resurrection, versione remixata che include qualche perla per intenditori, la cover originale con i costumi del tour 1975 e qualche assolo dimenticato di Ace Frehley.  Per chi non li ama, il disco giusto per continuare a respingerli, oppure cominciare a portargli un po’ di rispetto. Ma, si sa, quando si parla di Kiss, il cuore mi tradisce.

No panic, it’s just Detroit.

Alice Cooper | Love It To Death (Warner Bros, 1971)
Un disco che ho amato fin dal primo ascolto, lontano dalla dimensione mainstream che Alice si è conquistato durante la fine degli anni ’80, con banalità tipo il pop-hit Poison e chitarristi simil Rambo come Kane Roberts. Love It To Death è il respiro genuino del Detroit sound, riportato in vita grazie alla collaborazione con Bob Ezrin, genio di produttore fuori di testa, ma saldamente dentro la musica, il primo in grado di mettere a fuoco il talento della band.

Dimenticate tutti i cliché dello shock rock che Alice ha inventato e riproposto in ogni suo spettacolo, infilate un paio di cuffie e godetevi il viaggio dal finestrino della vostra poltrona. Non sono previsti schizzi di sangue, decapitazioni e animali trucidati, anche se il seme della follia è già presente e il senso di smarrimento imminente e previsto. Caught In A Dream, Is It My Body e la delirante Ballad of Dwight Fry affiancano con classe I’m Eighteen, l’inno che scrivi una sola volta, ma ti cambia la vita, per sempre.

Un’anno prima dello sconvolgente successo di School’s Out, dell’alcool e dei tornei di golf, questo è il mio Alice Cooper.