Killing Machine (Head).

Re-Machined_A_Tribute_to_Machine_Head_coverRe-Machined: A Tribute to Deep Purple’s Machine Head | Artisti Vari (Eagle Rock Entertainment, 2012) È sempre bello porre sul piatto un disco come Machine Head e lasciare che la sua vibrazione invada ogni angolo della tua stanza, della tua casa, del tuo giardino. Ci sono delle opere musicali alle quali l’Unesco dovrebbe interessarsi, questa è una di quelle. Un disco perfetto, probabilmente il più bello della produzione Deep Purple MK2, il più completo e omogeneo. Confrontarsi con questo pezzo di vinile targato 1972 è impresa ardua, ma non impossibile. Re-Machined è un disco tributo godibile, al netto di qualche episodio meno riuscito, come la Space Truckin’ degli Iron Maiden e la folle Smoke On The Water stravolta dai Flaming Lips. Per il resto, i nomi sono quelli di Glenn Hughes, Chickenfoot, Joe Bonamassa e della all star band Kings of Cahos, i quali suonano una versione di Never Before fresca e trascinante. Notevoli anche When a Blind Man Cries reinterpretata dai Metallica e la versione live di Highway Star, eseguita in maniera spettacolare da Hughes/Vai/Smith. Senza grandi aspettative, una piacevole rilettura di un indubbio capolavoro e la conferma di una statura compositiva davvero unica. Divertente.

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Hit and Run: Underdogs, l’intervista.

Ecco gli Underdogs con un nuovo disco! E mi dico: “Speriamo che non sia registrato come il Underdogsprecedente!”. Al contrario, questo suona bene e si regge su un impianto melodico di grande impatto, con la voce di Simon – bassista e contagioso frontman – sempre in bella evidenza. Tutto è più rock, questa è la novità. Quasi il gruppo avesse inaugurato una nuova fase, forse leggermente più mainstream e nello stesso tempo più libera e avventurosa. Bellissime a mio parere sono Lies to Take Away, Nothing but the Best e Time Fighters, ma le impressioni rimangono positive anche quando gli Underdogs fanno visita ai Cardigans, reinterpretando My Favourite Game. Raccolgo le parole di Simon dopo una serata davvero speciale, che lo ha visto esibirsi assieme alla band con Nick Olivieri, musicista statunitense già membro di Kyuss e Queen of the Stone Age, due delle band che hanno più influenzato il sound degli Underdogs.

Hi Simon, siete una della band più in movimento che conosca, ammiro tantissimo il vostro dedicarvi totalmente alla musica e ai vostri dischi. Cosa vi aspettate ora, dopo quasi 10 anni di attività, da questa esperienza? Grazie, mi fa piacere! In effetti ci siamo dedicati molto al progetto UNDERDOGS, personalmente sono stati 10 anni molto intensi. Ho sempre seguito da vicino quasi tutti gli aspetti “manageriali” relativi alla band e un po’ di stanchezza alla lunga è arrivata, più mentale che fisica. Ma poi capitano serate come quella FANTASTICA di ieri, con Nick Oliveri, e riprendi fiato per un altro allungo. Cosa ci aspettiamo? La situazione è sempre stata incerta per via del contesto italiano, con la conseguente difficoltà di emergere ed avere delle possibilità concrete rispetto all’estero. Quindi me la vivo giorno per giorno, cercando di fare il massimo ma senza più ammalarmi come qualche tempo fa. Ci si crede ancora, ci si mette ancora tutto il cuore e si spera sempre. Fortunatamente si fanno piccoli passi avanti e di soddisfazioni personali ne arrivano.
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HIT & RUN: Kory Clarke.

Kory Clarke

In attesa di ascoltare “Payback’s a Bitch”, il suo ultimo disco, Kory Clarke mi concede un volo a trecentosessanta gradi su musica, politica e curiosità personali. Sono cresciuto con i Warrior Soul, ho amato la loro rabbia e il loro sound, un mix formidabile di punk e rock and roll che mi ha sempre ispirato. Questo dovrebbe già dirvi tutto. Facciamo partire il nastro e godiamoci le parole di un artista libero, che non ha perso l’occasione per spiazzarmi e sorprendermi… 

Sei nato nella Motor City, la patria di Iggy & the Stooges e della Motown. Cosa ha significato per te nascere in una città come Detroit? Non so cosa ci sia nell’aria, tanta musica viene fuori da Detroit e poche città al mondo possono vantare una simile quantità di buona musica. E’ bello venire da Detroit, tuttavia non vorrei vivere lì.

So che, in quegli anni, dopo un breve soggiorno a Londra ti sei trasferito a NY. Cosa pensi della città che più amo e nella quale, se non sbaglio, hai vissuto parecchio? Ora è un insieme di ragazzini ricchi, yuppies e teste di cazzo di Wall Street. Quando vivevo lì, negli anni ’80 e ’90, era una città senza legge, eccitante e divertente. Ho il timore che cadrà a pezzi prima che possa farci ritorno.

Nei tuoi testi c’è una costante attenzione al sociale, all’alienazione della società moderna, alla politica come feroce controllo sulle nostre vite. È nata prima l’esigenza di essere un musicista o quella di denunciare come cittadino lo stato delle cose? Io voglio solo andare al bar. Non mi interessa la politica o la società, dico solo cosa penso. Quando comincio a preoccuparmi per qualcosa sembra che poi vada sempre a finire male, con la gente che non ci crede o crede che io sia un imbecille, specialmente in America. Ma tutto questo non significa che non mi piacerebbe fare una rivoluzione.

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HIT & RUN: Atma Anur

sam-Atma-Anur1Non succede tutti i giorni di intervistare un musicista del livello di Atma Anur, batterista inglese che vanta la partecipazione ad oltre centoquaranta episodi discografici, una vera macchina da guerra che si muove agilmente tra ritmi latin, jazz, hip hop, rock e metal. Uno dei protagonisti della magica stagione della Shrapnel Records, fucina di talentuosi chitarristi negli anni ‘80, ma non solo. Musicista aperto a più collaborazioni, sempre in perenne movimento, appassionato e generoso anche nel raccontarsi, ha collaborato negli ultimi anni con alcuni interessanti chitarristi italiani, come Steve Saluto, Marco Sfogli e Luca Zamberlin. Tralascio volutamente ogni riferimento alla sua storia o alla lista dei dischi che lo vedono protagonista, vi cito i nomi di Richie Kotzen e Billy Sheehan solo per fornirvi qualche coordinata…  

Benvenuto Atma! Che emozione, è un piacere averti come ospite per Gene Master Volume blog. La prima cosa che desidero chiederti è relativa alla New York degli anni ’70, luogo dove tu hai vissuto da giovanissimo. Come ricordi quei giorni e che vibrazioni c’erano nell’aria? New York è un luogo magico in generale. Creatività e passione sono ovunque volgi lo sguardo. Mi ricordo la sensazione che tutto fosse possibile, ero sempre entusiasta della vita. Raramente in altre parti del mondo ho avuto quel tipo di sensazione. La cosa migliore del trascorrere la mia adolescenza in una città come NY è stato il contatto con differenti identità culturali e musicali, cosa normale a New York. Ho avuto la possibilità di vedere e ascoltare tutti i tipi di musica e ballo, eseguiti da artisti originali, latin, jazz, funk, rock, africani, indiani e molto, molto di più. Qui ho iniziato i miei studi, frequentando la Manhattan School of Music e la biblioteca Lincoln Center Music. Suonare per le strade Manhattan  mid -town e down- town alla fine degli anni ’70, con band e formazioni differenti, in duo o in sestetti jazz, è stata una grande esperienza di apprendimento per me. Ho incontrato e jammato con alcuni dei migliori musicisti che abbia mai incontrato.

Nel 1981 ti sei spostato a San Francisco. Quali differenze hai trovato vivendo sulla West Coast? La costa occidentale degli Stati Uniti è un posto molto bello. C’è un sacco di fermento culturale, l’industria della musica è molto viva. Le persone sembrano avere un approccio diverso all’arte e alla musica rispetto alla costa orientale. Sono stato molto fortunato ad allacciare alcuni importanti contatti durante i miei anni in West Coast. Qui ho fatto i miei più grandi concerti e qui ho ancora tanti amici di lunga data. Continua a leggere

OJM. Tuoni e vulcani rock.

OJM A qualche chilometro da casa mia, dalle parti di Montebelluna e Treviso, esiste quella che definirei ‘riserva rock’, composta da personaggi e musicisti che si dedicano con passione alla causa, pur vivendo in contesti che di rock hanno spesso ben poco. Appartengono a questa positiva esperienza gli OJM, band di riferimento della dinamica Go Down Records, che proprio da queste parti ha importanti radici. Non conosco alla perfezione la storia della band e non frequento assiduamente i locali dove i quattro si esibiscono, ma, per svariati e buoni motivi, ho un ottimo rapporto con tutto il personale OJM. È gente concreta e dotata di talento, che vive su un altro binario, complice l’aria delle colline e la lontananza dalla città. Gente che non parla di rock, lo vive. Proprio lì, ai piedi delle montagne, suonano, scrivono e producono dischi come si deve, vantando con merito una dimensione artistica non comune, che sopravvive se credi che il tuo obiettivo non sia fare la rockstar, ma il musicista.  Continua a leggere

HIT & RUN: Alex Masi

Photo by Alex Ruffini

Trovo i due ultimi lavori di Alex Masi “Theory Of Everything” (2010) e “Danger Zone” (2014) davvero illuminati. La contaminazione di questi album con i ritmi orientali e l’elettronica, regalano all’ascolto una freschezza che una notevole discografia non sempre possedeva così espressamente. Oltre all’indiscusso tasso tecnico, Masi affina ancor di più il suo notevole talento compositivo, che tradisce l’amore per strutture  prog e ritmi funk, in un tornado di trame intricate ma sempre fruibili, anche per le orecchie di chi non segue con attenzione le evoluzioni della chitarra contemporanea. Musica per intenditori quindi, ma non solo: melodie accattivanti, pregevoli arrangiamenti e una sezione ritmica trascinante e fantasiosa, che si sposa a meraviglia con il fraseggio di Masi, uno dei tratti distintivi della sua musicalità. Ve li consiglio vivamente entrambi, assieme alla riscoperta di “Vertical Invader” – mia personalissima infatuazione – uscito nell’ormai lontano 1990. Ecco quello che ci ha raccontato Alex, gentilissimo come sempre e disponibile a soddisfare le mie curiosità, dispensare qualche prezioso consiglio e raccontarci qualcosa di sé. Rock on!  

Quando ho scoperto State of Rock, era il 1984, tu avevi appena lasciato i Dark Lord e l’Italia. A distanza di anni, cosa pensi di quel disco e di quel periodo adesso? State of Rock è registrato con un 4 tracce, nella nostra sala prove. Altri tempi ovviamente, molto più eccitanti e vivi dell’attuale mortorio generale. C’era nell’aria la sensazione che tutto fosse possibile. Il disco in sé è quello che è, con tutti i suoi miliardi di difetti, ma si sente ancora che avevamo l’entusiasmo e la voglia di spaccare tutto. Poi, sono andato a LA e la cosa per me ha preso ancora un altra piega.
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HIT & RUN: Luca Zamberlin

Luca Zamberlin Mad for It CD

Foto di Alex Ruffini

Rapido botta e risposta con Luca Zamberlin, uno dei più brillanti chitarristi italiani. Nato a Mestre Venezia, per lunghi anni residente a Londra, questo interessante acrobata delle sei corde si ripresenta sul mercato con High Dosage, EP prodotto dal bravo Alex De Rosso, che vede la presenza di musicisti di assoluto valore come il batterista Atma Anur, Alex Masi e Michael T. Ross. L’uscita prevista è per aprile 2014. 

Iniziamo con un un passo indietro e soddisfiamo una mia curiosità. Quali artisti ti hanno ispirato al momento di scrivere Mad For It, il tuo precedente album? Sicuramente tutti i chitarristi inglesi che, dalla fine degli anni 60 e ai primi anni 70, avevano riscoperto il blues tradizionale mescolandolo al rock e ad altro, Jimmy Page e Jeff Beck per esempio. Ma sono focalizzato sul presente ora. Penso che su Mad For It avrei potuto suonare meglio e avere un suono più convincente. Comunque sia, è un capitolo chiuso.

Tra i tuoi nuovi progetti infatti c’è un nuovo EP Sì, High Dosage è quasi finito e credo di essere cresciuto, sia musicalmente che personalmente. Ogni giorno è una continua ricerca per migliorare. Ho cercato di suonare improvvisando tutti gli assoli, facendo meno editing possibile e suonando col cuore più che con la mente, senza preoccuparmi di dover dimostrare qualcosa, la mia tecnica o quanto sono veloce.

Come ha influenzato il tuo lavoro registrare con un musicista come Atma Anur? Fin dagli anni 80, Atma Anur era uno dei batteristi che ammiravo di più, la sua energia è incontenibile. È una delle poche persone che può suonare nonstop per giorni, senza dormire e facendo party ogni sera. Per preparaci alla presentazione di Mad For It non abbiamo dormito per 7 giorni. Pura energia e pulita. Ci siamo concessi solo un qualche Red Bull e una decina di caffè. Il minimo! Continua a leggere