Where I was in ’82.

saxon denim and leather albumDenim & Leather | Saxon (Carrere Records, 1981) Due casse dotate di woofer immensi e un potente amplificatore della Technics tennero a battesimo l’ascolto di Denim & Leather, opera fondamentale per la discografia dei Saxon. Mi trovavo a casa del mio fratello acquisito, Fabrizio, vera fucina di ascolti di ogni genere, heavy, rock, reggae. Sfilato il disco e ammirato il retro copertina dedicato alle due ruote, ci bastò un attimo: la puntina s’infilò tra solchi del vinile e rese quasi eroico il nostro pomeriggio. I Saxon suonavano proprio come avremmo voluto, rudi e roboanti, lontani dalla musica italiana, dal pop più banale e dall’eco degli anni ’70. Erano pura adrenalina per la nostra adolescenza in rampa di lancio. Incantati per mesi ad osservare la label color prugna della Carrere Records girare a 33 giri per minuto, non vedevamo l’ora di ripercorrere la set list per intero. Riascoltavamo all’infinito Play It Loud, Never Surrender, And the Bands Played On e ovviamente Princess of the Night, singolo dell’album che apriva il lato A. Era il 1982 e sono trascorsi tre lunghi decenni, ma ancora oggi Denim & Leather mi svela passaggi ritmici, arrangiamenti e assoli – quello di Midnight Rider è meraviglioso – capaci di accendermi e ricordare quel momento come una benedizione, oltre che un momento di fraterna amicizia. 9/10.

U2. Prometto di ascoltarlo.

U2 songs of innocenceE’ uscito l’ultimo disco degli U2. Prometto di ascoltarlo. Perché gli ho amati, perché almeno tre album loro stanno nella storia della musica pop rock, perché sguainare la spada e mozzare la testa all’artista è un gioco facile. Ma la tentazione è stata tanta, soprattutto quando sono venuto a conoscenza dell’affare con Apple. Quanta tristezza nel vedere l’idea U2 sbriciolarsi ulteriormente tra le colonne del tempio del marketing, passare dal vinile alla volgare plastica per telefoni, più o meno evoluti. Bono blatera dell’esigenza di arrivare a centinaia di milioni di persone in un attimo, era insomma un’occasione unica. Viene facile fare dell’ironia. Però, nel medesimo tempo, cresce una discreta dose di autunnale sconforto. Perché, sapere gli U2 così allineati – anche come immagine – a un certo sistema, non è una bella notizia. Era piacevole credere alla favola che fossero in qualche modo dalla nostra parte, che potessero rappresentare, nel nostro ingenuo immaginario, una speranza o una voce riconoscibile e fuori dal coro. D’accordo, i loro ultimi album sono stati quasi imbarazzanti e Unforgettable Fire è ormai un delirio caldo e lontano nel tempo, ma partecipare alla globale omologazione come abbaglianti protagonisti è un altro film, piuttosto lontano da quello che fa vibrare le corde di qualsiasi appassionato di rock, pop e faccende affini. Ho la viva sensazione che qualcosa sia definitivamente morto in loro. Forse pure in me.

HIT & RUN: Kory Clarke.

Kory Clarke

In attesa di ascoltare “Payback’s a Bitch”, il suo ultimo disco, Kory Clarke mi concede un volo a trecentosessanta gradi su musica, politica e curiosità personali. Sono cresciuto con i Warrior Soul, ho amato la loro rabbia e il loro sound, un mix formidabile di punk e rock and roll che mi ha sempre ispirato. Questo dovrebbe già dirvi tutto. Facciamo partire il nastro e godiamoci le parole di un artista libero, che non ha perso l’occasione per spiazzarmi e sorprendermi… 

Sei nato nella Motor City, la patria di Iggy & the Stooges e della Motown. Cosa ha significato per te nascere in una città come Detroit? Non so cosa ci sia nell’aria, tanta musica viene fuori da Detroit e poche città al mondo possono vantare una simile quantità di buona musica. E’ bello venire da Detroit, tuttavia non vorrei vivere lì.

So che, in quegli anni, dopo un breve soggiorno a Londra ti sei trasferito a NY. Cosa pensi della città che più amo e nella quale, se non sbaglio, hai vissuto parecchio? Ora è un insieme di ragazzini ricchi, yuppies e teste di cazzo di Wall Street. Quando vivevo lì, negli anni ’80 e ’90, era una città senza legge, eccitante e divertente. Ho il timore che cadrà a pezzi prima che possa farci ritorno.

Nei tuoi testi c’è una costante attenzione al sociale, all’alienazione della società moderna, alla politica come feroce controllo sulle nostre vite. È nata prima l’esigenza di essere un musicista o quella di denunciare come cittadino lo stato delle cose? Io voglio solo andare al bar. Non mi interessa la politica o la società, dico solo cosa penso. Quando comincio a preoccuparmi per qualcosa sembra che poi vada sempre a finire male, con la gente che non ci crede o crede che io sia un imbecille, specialmente in America. Ma tutto questo non significa che non mi piacerebbe fare una rivoluzione.

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OJM. Tuoni e vulcani rock.

OJM A qualche chilometro da casa mia, dalle parti di Montebelluna e Treviso, esiste quella che definirei ‘riserva rock’, composta da personaggi e musicisti che si dedicano con passione alla causa, pur vivendo in contesti che di rock hanno spesso ben poco. Appartengono a questa positiva esperienza gli OJM, band di riferimento della dinamica Go Down Records, che proprio da queste parti ha importanti radici. Non conosco alla perfezione la storia della band e non frequento assiduamente i locali dove i quattro si esibiscono, ma, per svariati e buoni motivi, ho un ottimo rapporto con tutto il personale OJM. È gente concreta e dotata di talento, che vive su un altro binario, complice l’aria delle colline e la lontananza dalla città. Gente che non parla di rock, lo vive. Proprio lì, ai piedi delle montagne, suonano, scrivono e producono dischi come si deve, vantando con merito una dimensione artistica non comune, che sopravvive se credi che il tuo obiettivo non sia fare la rockstar, ma il musicista.  Continua a leggere

Badlands, nothing but the truth.

BadlandsBadlands | Badlands (Atlantic,1989) Metti insieme uno dei più brillanti chitarristi della scena hard rock statunitense e un cantante da favola come Ray Gillen e il gioco è fatto. Non è sempre andata così, ma in questo caso il risultato è pura eccellenza, un capolavoro inossidabile che ha la statura dei classici. Gli anni ottanta volgono al termine e i Badlands decidono di affidarsi al blues. Un blues duro, roccioso, pesante e in un certo senso inedito, perché il Jake E Lee e la chitarra che hanno servito fino a poco tempo fa l’Ozzy di The Ultimate Sin, non c’entrano nulla con la purezza sonora di Badlands. Qui non ci sono filtri e nessuna rete, qui si suona e si salvi chi può. Inutile descrivervi cosa accade lungo le dieci tracce che compongono questo masterpiece, come ogni riff risulti vero e abrasivo, di come Ray Gillen si dimostri un cantante straordinario – a livello del miglior Robert Plant – e di come Eric Singer e Greg Chaisson siano una sezione ritmica perfetta per il lavoro in questione. Un disco che non ha davvero bisogno delle mie parole, quindi procuratevelo e gettate nel cesso quello che state ascoltando. Iniziate pure dall’ultima canzone, Seasons, poi capirete cosa intendo. Undici/decimi, con lode.

Hotter than June.

KISS+Live+In+Perth+XHAvJf5FMvAlA ottobre sono in Giappone, prima sono in tour in Canada e negli Stati Uniti. In questo momento si aggirano per l’Europa e tra due giorni arrivano a meno di cento chilometri da casa. Ancora una volta ci sarò, malgrado una setlist fin troppo sfruttata e Paul Stanley in, apparente, severo declino. Avrò quindi il piacere di emozionarmi con l’intro che da tempo immemore apre i loro spettacoli e verificare dopo qualche canzone se i KISS sono ancora la band più calda del pianeta. So che da qualche tempo non è più così, ma il cuore crea la magia e l’illusione, mi mette di buon umore e mi fa credere che sarà proprio così. Mi viene già da ridere, non vedo l’ora di cantare “You better watch, ‘cos I’m a war machine!”. Sempre irresistibile per me. No, non potrei mai ascoltare gli Emerson, Lake & Palmer. Post. Concerto perfetto, scaletta discutibile, Gene Simmons ed Eric Singer davvero superbi. Paul forse un giorno troverà la soluzione. Per ora la voce è andata, anche se il gioco di squadra supporta la cosa in maniera più che convincente. Serata deliziosa e botti a gogò.

Intervista ai The Sade!

sadefotoÈ noto fino ai più remoti confini dell’universo, che il sottoscritto consideri Damned Love dei The Sade uno dei migliori dischi distribuiti dall’attivissima Go Down Records. Per questo e per altri motivi che appartengono al ‘non detto’ e potrebbero interessare a pochi,  ho deciso di dare spazio e voce ad Andrew Pozzy: voce, chitarra e anima di questa brillante formazione e del loro disco d’esordio.

Cosa avevate in mente quando avete iniziato a comporre Damned Love? Damned Love è una sorta di piccolo concept, composto da alcuni dei primi brani scritti per il primo EP, poi riarrangiati, e da altri pezzi scritti in seguito. Pur essendo un album eclettico, nelle liriche tutti i pezzi sono legati da un filo conduttore riassumibile nel titolo del lavoro stesso: “amore e sesso, dannazione e rock n’ roll”. Parlano di esperienze personali vissute e sentite. Dal punto di vista musicale si notano le nostre maggiori influenze e quelle che soprattutto predominavano all’inizio del progetto The Sade, delle quali abbiamo fatto un bel mix, filtrato dalle nostre personalità, fino a raggiungere uno stile più personale che è andato a coniare e rafforzare l’identità della band.

Siete soddisfatti del risultato finale? Consideriamo Damned Love come una fase di passaggio, un lavoro necessario  per trovare la nostra strada. Il risultato ci ha soddisfatto parecchio ma resta un debutto, un primo passo verso la maturità vera e propria della band e del nostro stile. E’ una sorta di “tappa” obbligatoria per lo sviluppo del nostro progetto. La soddisfazione sta  in alcune “perle” contenute nel disco, alcuni pezzi che a distanza di un anno e mezzo non ci stancano e ci hanno permesso si aprirci una strada nell’ambiente rock nostrano e non solo. Siamo soddisfatti ma siamo già in azione per fare di più e a sperimentare ancora.

C’è qualcosa che avreste ulteriormente sviluppato/migliorato?  Il budget ristretto e i tempi strettissimi ci hanno obbligato a fare un disco in velocità e in molte cose – qualche solo, liriche e parti vocali – si sarebbe potuto fare di meglio. Personalmente avrei curato maggiormente i testi, a mio parere la parte debole del disco, e avrei inserito altre canzoni nuove che erano già in parte pronte. Ma non c’è stato il tempo necessario per realizzarle.

L’esecuzione dei pezzi sono ottime, avete suonato in presa diretta? Quando abbiamo registrato il disco, severi con noi stessi, non ci ritenevamo in grado di suonare l’intero album in presa diretta. Questo ha un pò tolto quella che è l’energia live e il groove che riascoltando delle registrazioni dal vivo del Damned Love Tour ci siamo accorti di esprimere. Nel disco tutto è più programmato e pulito, in parte è una cosa voluta per distinguere i The Sade in studio dai The Sade on stage. Abbiamo suonato insieme durante la registrazione di batteria e basso, ma le chitarre sono state sovraincise in seguito, così come le voci e il resto. Continua a leggere