The Black Keys, Ohio blues.

The_Black_Keys_-_BrothersBrothers | The Black Keys (Nonesuch Records, 2010) C’è poco da scrivere, questa è una band che colpisce al cuore. Poche rock band hanno un sound così black, così reale e allo stesso tempo così manipolato da accorgimenti di produzione misurati, preziosi e sempre determinanti. Trasversale e dall’appeal irresistibile, questo Brothers è un colpo da maestro nella loro interessante discografia. Voce da Motown, tanto groove e la giusta acidità del suono, fanno dei The Black Keys un’esperienza da accogliere a braccia aperte. Ho amato Jon Spencer e i suoi vaneggi, non vedo perché il post punk blues di questi due pazzi non debba farmi godere. Non sto gridando al miracolo, però qui ci sono un paio di marce in più rispetto alla volenterosa concorrenza. Top song: She’s Long Gone, per ora.

Ain’t over.

The Doors

Strange Days disegna nell’aria tutta l’unicità di Ray Manzarek. In lui si nasconde il segreto dei Doors e delle loro architetture musicali, acrobazie sonore che nessuno si è mai sognato di emulare, un’esperienza musicale quasi esotica. Cosa sarebbero stati oggi nessuno lo potrà mai sapere. Certo è che, riascoltando proprio stamattina una delle tante loro raccolte in circolazione, i Doors fanno un effetto straniante. Non so se mi viene più in mente Venice Beach e la California al finire degli anni Sessanta o la santa messa di Jim Morrison arrestato sul palco. La violenza del sistema che censura, controlla e reprime. La solita vecchia storia, sempre attualissima. Allora, non è forse qui che sta qui la modernità di Ray Manzarek e i Doors? Sfuggono alla catalogazione-omologazione della musica di ieri e di oggi.  Un pensiero privo di etichette è un pensiero sempre verde, florido e rivoluzionario. Vivi in eterno e riposa in pace Ray, nessuna ‘fine’ coglierà la tua opera.