HIT & RUN: Alex Masi

Photo by Alex Ruffini

Trovo i due ultimi lavori di Alex Masi “Theory Of Everything” (2010) e “Danger Zone” (2014) davvero illuminati. La contaminazione di questi album con i ritmi orientali e l’elettronica, regalano all’ascolto una freschezza che una notevole discografia non sempre possedeva così espressamente. Oltre all’indiscusso tasso tecnico, Masi affina ancor di più il suo notevole talento compositivo, che tradisce l’amore per strutture  prog e ritmi funk, in un tornado di trame intricate ma sempre fruibili, anche per le orecchie di chi non segue con attenzione le evoluzioni della chitarra contemporanea. Musica per intenditori quindi, ma non solo: melodie accattivanti, pregevoli arrangiamenti e una sezione ritmica trascinante e fantasiosa, che si sposa a meraviglia con il fraseggio di Masi, uno dei tratti distintivi della sua musicalità. Ve li consiglio vivamente entrambi, assieme alla riscoperta di “Vertical Invader” – mia personalissima infatuazione – uscito nell’ormai lontano 1990. Ecco quello che ci ha raccontato Alex, gentilissimo come sempre e disponibile a soddisfare le mie curiosità, dispensare qualche prezioso consiglio e raccontarci qualcosa di sé. Rock on!  

Quando ho scoperto State of Rock, era il 1984, tu avevi appena lasciato i Dark Lord e l’Italia. A distanza di anni, cosa pensi di quel disco e di quel periodo adesso? State of Rock è registrato con un 4 tracce, nella nostra sala prove. Altri tempi ovviamente, molto più eccitanti e vivi dell’attuale mortorio generale. C’era nell’aria la sensazione che tutto fosse possibile. Il disco in sé è quello che è, con tutti i suoi miliardi di difetti, ma si sente ancora che avevamo l’entusiasmo e la voglia di spaccare tutto. Poi, sono andato a LA e la cosa per me ha preso ancora un altra piega.
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